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Una Lama - racconto diverso dell’Ispettore De Angelis 4° capitolo

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Arrivarono sul presto nell’appartamento di Linda. 

La ragazza uccisa, l’ultima in ordine di tempo dal quel pazzo che stava facendo di tutto per trascinarli nella melma della sua psiche. 

Tolli strappò i sigilli dalla porta, quelli con scritto “Scientifica” in nero su sfondo giallo, ed aprì la porta del monolocale.

La luce che entrava dalle finestre illuminava in modo sinistro le chiazze di sangue rappreso sui pavimenti. Iniziarono a controllare tutte le tracce segnalate sul rapporto ripercorrendo a ritroso quello che quel mostro poteva averle fatto.

De Angelis iniziava a sudare freddo ed a respirare affannosamente. Tolli cominciò a recuperare tutto quello che erano appunti, post-it, numeri di telefono, messaggi che erano scritti da lei, dal fidanzato Mauro. 

Quello che lavorava fuori Milano. 

Prese il registratore tascabile e annotò a voce:

“ Controllare prima possibile il posto di lavoro di Mauro, il fidanzato di Linda”

Continuò passando dalla cucina dove iniziò a controllare dentro tutti i pensili ed i cassetti cercando, non sapeva cosa ma, qualcosa che potesse indicare una direzione per le indagini.

De Angelis era entrato in camera da letto. 

Le essenze del solvente e dell’ammoniaca lo stordirono, iniziò a camminare come se fosse leggermente sollevato da terra. Come in trance il suo corpo ripeteva i gesti e le emozioni che sentiva nella stanza.

Poteva sentire l’odore del sudore di Linda, del sudore dell’uomo che la stava torturando, i gemiti, il rumore della lama che amputava quel corpo sodo, tornito, carnoso. 

Rimase raggelato da quello che vedeva, sembrava di essere in un unico incubo, uno di quelli che faceva ultimamente.

Ebbe un capogiro. 

Iniziò a singhiozzare, lacrime rigavano le sue guance, sentiva Linda chiedere pietà ma, nello stesso momento, veniva pervaso da un senso di eccitazione, l’adrenalina saliva e lui ne masticava il sapore. 

Scivolò accanto al letto come spinto da una forza esterna, l’odore lo prendeva alla gola. Girò attorno al letto. Da un lato una pozza di sangue rappreso in superficie stava formando una crosta, per il freddo e per i solventi usati dalla Scientifica. Il sangue era sparso dappertutto. Si era infiltrato fra le assi del parquet. 

Aveva letto sul rapporto che l’assassino aveva leccato e mangiato dei lembi di carne della vittima ed aveva eiaculato contro la sommità della coscia sinistra.

Un altro capogiro seguito da un conato di vomito. 

Da l’altro lato del letto, contro il muro era appoggiato un quadro, un acquarello sembrava dove era raffigurato un bacio fra un volto angelico ed un altro quasi scheletrico. Ma non era solo un brutto quadro, banale e privo di talento: le pennellate o meglio, i disegni, avevano qualcosa di malvagio. 

Il volto del soggetto angelico era corrotto da un terrore trasmesso con una forza ipnotica che non aveva nulla a che fare con l’arte. L’autore era riuscito a cogliere quel tanto dell’espressione dei suoi occhi, folli sembravano di terrore, da far rabbrividire anche de Angelis.

Lo spostò. 

Si chinò per controllare nell’angolo, fra il battiscopa ed il pavimento in legno. C’era come un rigonfiamento, qualcosa di strano nella forma, dietro al battiscopa. Prese le chiave della macchina e infilò la più grande il profilo in legno ed il muro e staccò poi con le mani tutto il perimetro.

Il capogiro aumentò.

C’era un lungo filo che percorreva tutta la stanza ed ad un tratto saliva e si andava a nascondere nell’intercapedine della cornice della finestra. Lo afferrò e iniziò a tirare forte. 

Lo stucco intorno alla cornice saltò ed il resto del filo si staccò dal muro cadendo a terra e procurando un sussultò all’ispettore.

All’estremità del filo c’era attaccata una piccola sfera con un nucleo in vetro.

Una piccola telecamera.

In cucina invece, Tolli sfilando i cassetti del mobile sotto la finestra, aveva notato sul fondo un filo di plastica tenuto in verticale con del nastro isolante di colore grigio. Tipo quello usato dagli elettricisti per tracciare il fili. 

Allungando la mano ne afferrò una parte ed iniziò a tirare forte. Sentì una vibrazione alla sua sinistra, in corrispondenza con la finestra.

Allora fece più forza alzandosi in piedi notando come una delle tende a filo del vetro tremava. La tolse. 

Una parte del filo sporgeva da dentro ad una cornice, aveva staccato lo stucco bianco. Lo afferrò e staccò l’estremità in cima facendo cadere il filo e quello che aveva attaccato.

Una sfera che a lui sembrava fosse una piccola telecamera.

Ora era in piedi, con il filo in mano e la telecamera che penzolava dondolando contro le sue gambe. 

Immobile, fermo sulla porta della camera da letto dove vedeva un De Angelis sudato, il viso rigato di lacrime, inginocchiato di fronte al muro accanto al letto, una parte dello zoccolino della camera divelto ed una finestra tolta dai cardini e appoggiata in terra. 

Con un filo in mano dove c’era attaccata una piccola telecamera, identico al suo.

“Marco …sto bastardo la vedeva ! La controllava !” urlò quasi De Angelis piagnucolando dalla frustrazione

“Claudio che hai ?! Sembri un cadavere !”

De Angelis mollò di colpo il filo, si passò la mano sulla fronte sudata. La mente che iniziava ad andare alla ricerca di risposte alle mille domande che le arrivavano.

“Deve esserci un dispositivo di accensione, magari collegato a qualcosa di altro nell’appartamento, che lo fa scattare ed iniziare a riprendere.”

Tolli si girò e guardò verso la porta di ingresso. Doveva essere quello il dispositivo, la porta di casa. 

Si avvicinò, la aprì dall’interno.

“Claudio, se parte il meccanismo lo vedi subito perché il led in basso a sinistra della telecamera dovrebbe accendersi. E’ di colore rosso oppure verde chiaro. Fai attenzione”

La richiuse e tornò da De Angelis.

“Ncazzo Marco. Non parte.”

Ripetè la procedura, questa volta aprendo la porta da fuori e richiudendola.

“Ancora niente Marco !”

Tolli iniziò a girarsi intorno davanti alla porta di ingresso

“Tu appena entrato che faresti ?! Ti togli la giacca no ?!”

“Certo – rispose l’ispettore – mi tolgo la giacca, poso le chiavi e soprattutto accendo la luce però sennò non ce vedo una mazza”

La luce. Premette l’interruttore e non appena la lampadina a basso consumo fece contatto, il risultato del led della telecamera fu immediato. Verde chiaro quindi stava registrando.

“Capito ?! Appena la luce si accendeva così non aveva dubbi nel poterla guardare o no “

“Cazzo Marco. Questo gli è entrato in casa a mettergli le minitelecamere quindi, copia delle chiavi, giornata indisturbata di lavoro perché lei lavorava fino a tardi poi la palestra…”

“E chissà quante se ne è viste ‘sto porco maledetto….oh Claudio magari invece ha fatto dei lavori in casa da poco ed è stato uno degli operai che lavoravan dentro de chii ?!”

Girarono in macchina per tutto il resto della mattina, interrogandosi, facendo ipotesi, cercando di spiegarsi quello che avevano scoperto, come fare rapporto, quando Piccinetti avrebbe convocato De Angelis per redigere quello ufficiale o per toglierglielo addirittura quel caso.

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Era tornato a casa da poco dal negozio. 

Sedeva su una vecchia poltrona imbottita leggendo il libro, uno dei suoi preferiti, per l’undicesima volta forse.

Arrivava così alla fine del suo undicesimo viaggio nella vergognosa passione del suo ultimo amore. 

Quell’amore contro la sua natura. Le mani gli tremavano nel voltare le pagine e si rese conto che non faceva altro che ritornare insistentemente al quinto capitolo, quello che lo ripugnava, che lo affascinava allo stesso tempo. 

Le parole che leggeva laceravano e mordevano gli facevano sentire uno ad uno i suoi organi, le loro funzioni. 

Lo facevano sudare, eccitare, sorridere. Il capitolo si intitolava “Fantasie omosessuali per uomini etero”.

Testimonianze raccolte da uno psicologo famoso mettevano a nudo le teorie sull’omosessualità latente negli eterosessuali di Sigmund Freud.                             Uomini normali confessavano in pieno anonimato cose come : “Proverei davvero a farmelo mettere nel culo almeno una volta. Fanculo alle conseguenze. Poi torno a casa e scopo con mia moglie per vedere se a lei fa lo stesso effetto”

Oppure “Ho 42 anni e sono almeno 15 che vado a letto con tutte le donne che mi capitano. Belle o brutte che siano, se mi diventa duro non c’è castigo. Eppure non ho ancora trovato quell’eccitamento che speravo. A volte faccio dei giri dietro al Monumentale e vedo i trans che battono e ci penso, ci penso…poi penso ad un’altra donna, poi al trans, me ed un’altra donna e poi….merda penso a mia moglie ed ai bambini…cristo”

Le correnti corporee che avevano iniziato a dominare la sua vita fin da quel maledetto giorno nel capanno iniziarono di nuovo a farsi sentire. Aveva letto più volte il passaggio delle confessioni dell’uomo che cercava il trans, quel povero schifoso derelitto tormentato dalla morale borghese e dagli stereotipi sessuali. 

Si sentì penetrare da visioni. 

Toraci sudati e glabri, schiene rigide e sode, spalle ampie. 

Era tornato in camera da letto ad osservare dentro la scatola di plastica i capezzoli delle ultime sue conquiste. E ripensò alle due ragazze incontrate fuori dal suo bar preferito, qualche mattina prima.

Non capì come ma si ritrovò in macchina, diretto verso il cimitero Monumentale. Li aveva trovati in piedi, infreddoliti ed avvolti dentro pellicce sintetiche oppure seduti sul sedile del guidatore con lo sportello aperto delle loro vetture, agli angoli della strada. 

Pensò di cercare un corpo specifico, un’immagine distinta ma, aveva ricacciato il pensiero nelle cantine della sua mente. Accostò al marciapiede tirando giù il finestrino

“Amore sono cinquenta euro in macchina oppure scento a casa mia, abito vicino. Qui dietro alle casse nueve”

La risposta furono le chiusure centralizzate che si aprivano. Voltato l’angolo si fermarono in un parcheggio. Aveva irrigidito tutto il corpo finchè non gli era parso che i muscoli, sfiniti, stessero per contrarsi per soffocarlo biecamente. 

Lasciò che il trans gli sbottonò i pantaloni abbassando la testa su di lui. 

Poi, rilassato, abbassò il sedile e si girò, invitando il suo ospite a pagamento. 

Le contrazioni continuarono mentre il viso era poggiato contro il poggiatesta finchè non esplose in un orgasmo che liberò mille nuovi colori nella sua mente, che chiuse quel quinto capitolo che da sempre lo tormentava.

Il trans si sfilò il preservativo e lo avvolse in un fazzoletto di carta. Lui gli gettò qualche banconota e quello scese e, sistemandosi il membro nelle mutande, scomparve camminando sui tacchi alti. Sculettando.

Lui continuava a vedere quei colori, li vedeva durante il tragitto che lo riportava a casa. 

Vedeva la rossa testa della madre, le sue mani sporche di rosso, il marrone del terriccio della buca che scavava, il verde acido della poltrona imbottita, il verde chiaro del led della telecamera.  

Il buio del suo sguardo si posava sulla strada che percorreva per tornare al suo appartamento, al suo rifugio. 

Svuotato, smembrato, violentato ma, felice. Felice di aver ritrovato in quell’amplesso l’energia per ricominciare a progettare una notte di sesso con una donna. 

Così come piaceva al suo intimo perverso senso di potere.

Esercitare i suoi rituali della vita di tutti i giorni gli permetteva di continuare la sua opera durante la settimana successiva, impedendo ai ricordi di violenza di spingerlo ad azioni disperate. Da mattina fino al pomeriggio inoltrato si occupava del negozio, poi iniziava il giro di telefonate ai clienti affezionati. Studi di architettura, di ingegneria e tutti quelli che si servivano delle sue prestazioni professionali.

Poi una volta finito quell’odioso lavoro, la ricerca. 

La scelta. 

La pianificazione. 

Lo sapeva che gli innumerevoli piccoli flussi, i cambiamenti, della vita femminile non diventavano evidenti una volta dato inizio al progetto di amore carnale e definitivo che voleva. 

La stessa pianificazione costituiva quasi la parte spirituale più grande del lavoro, quella che lo purificava, lo separava dalle cose che riteneva inutili, tediose, allucinanti. Gli dava una precaria immunità a quel mondo che distruggeva le creature sensibili e tendenti alla bellezza contemplativa schiacciandole come scarafaggi. 

Lui era uno scarafaggio. Lui era sensibile.

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Erano passati ormai 6 giorni dalla scoperta dell’ultimo cadavere e De Angelis si era ormai calato completamente dentro quello che si stava rivelando l’episodio più tormentoso della sua vita, una crociata che prometteva di fargli perdere completamente l’autocontrollo. 

Una crociata contro una parte di mente oscura che anche lui sapeva di avere.

Il Questore Piccinetti  lo aveva convocato un paio di giorni prima per cercare di convincerlo ad abbandonarlo, quel caso. Troppo coinvolto, troppo sofferente dopo il rientro dalla convalescenza. 

De Angelis fu di marmo. 

Non profferì parola fino a che l’altro chiese un parere. Allora il fiume in piena dei suoi sentimenti, delle sue paure, della sua rabbia verso quel mania uscirono di getto. Convincendo Piccinetti ad affidargli completamente quel desiderio di catturare il pazzo che stava trasformando la sensazione di paura in terrore in tutta la città.

Per quella che credeva fosse la millesima volta da quando aveva avuto tutti gli schedari ed i tabulati, ricapitolò di nuovo, nella penombra del suo ufficio, tutti gli indizi e le prove concrete rilevate dall’ultimo omicidio di Linda fino a quelli simili irrisolti in tutta la provincia di Milano.

Nessuna impronta su nulla di quello che era dentro le case. Nessun inquilino sapeva molto delle donne uccise, nessuno ricordava fatti insoliti accaduti nel palazzo nei giorni o nelle settimane precedenti. 

Tutte le donne si vedevano poco, facevano una vita molto riservata.

Tutte le zone circostanti erano state frugate in lungo ed in largo, nulla era stato trovato che potesse ricondurre ad un indizio di qualcuno di quegli omicidi.

Nell’archivio computerizzato centrale si registravano 320 omicidi irrisolti risalenti fino dal maggio del 2002. 

Tolti 186 omicidi veicolari, rimanevano 134 casi irrisolti. 

Di questi 134 42 avevano vittime donne fra i 23 ed i 38 anni, cioè la categoria che De Angelis stava considerando il perimetro delle attività di quel fuori di testa. Erano sicuri, lui e Tolli che chiunque fosse, le cercava giovani. Belle e toniche.

Avevano organizzato una cartina di Milano e della provincia attaccata al muro, ci avevano infilato 42 puntine da disegno che indicavano le donne uccise di morte violenta. 

Le puntine coprivano un po’ tutta la provincia ma, in città dentro ai Bastioni, ce ne erano addirittura  21. Nessuno in particolare in aree a basso reddito o dismesse. Periferiche o problematiche. Ma alcune come dinamica facevano pensare a De Angelis che fossero legate per la maggior parte a racket della prostituzione, della droga per cui si stava concentrando su 12 omicidi di donne giovani sparse in tutta la città. 

Tutti omicidi mai risolti da almeno due squadre di investigazione dei vari commissariati cittadini.

La solitudine dei Paracarri de plastica primi e secondi #newoggettivismo #violenzainaudita

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Il Calcio Moderno Moderno Disagio

http://www.youtube.com/watch?v=KhbqijvH4mA

Se ne parlava come fosse una cosa irreale. Come se i marziani fossero passati e soltanto i nostri papà li avessero visti. Come i racconti dei cugini più grandi, inverosimili ma talmente convincenti da doverci credere per forza.

Molte domeniche anche se la partita non era in casa, papà usciva con la promessa :

"Vado a vedere la partita e poi ritorno" ed io mi chiedevo dove potesse andare a vederla senza andare allo stadio. Poi la spiegazione. In bassa frequenza, alla Rai.

Solo che non era possible tutte le domeniche poiché gli ingressi, ristretti soltanto ad un numero chiuso di persone, erano centellinati e dispensati tramite conoscenti, amici e parenti. Un miraggio praticamente.

Successe che finalmente si riuscì a trovare un canale preferenziale per poter seguire i Lupi anche in trasferta senza muoversi però da Roma. Il portiere della squadra di calcio che papà allenava era un dirigente Rai e poteva, mettendoci in una lista, elenco allora si diceva, farci entrare a vedere la partita. Sia chiaro, non tutte le domeniche ma, possibilmente, in quelle domeniche, sì si giocava soltanto la domenica e sempre alle 14e30 d’inverno, dove la partita era più complicata o tesa rispetto alle altre.

Quando quel sabato sera mi disse:

"Domani andiamo alla Rai a vedere la Roma, Filippo ha tenuto un posto anche per te"

"Per me ?!" risposi incredulo

"Certo. Ho chiesto se era possible anche per te, altrimenti mi sembra un controsenso allo stadio sì ed in televisione no"

Camminavo a 10 cm da terra, emozionato, eccitato, agitato, preoccupato. E sì perchè, dove andavamo ?! Dove si vedeva la partita cioè, su quale televisore ?! uno grande come quello in bianco e nero in cucina !? Quello che zia Milena e zio Franco mi avevano regalato per la comunione ?! Decisi che no. Sarebbe stato troppo piccolo per tante persone. Ma poi, quante persone saremmo state ?! 

Troppe domande, troppe troppe ansie per un bambino di 12 anni, appassionato tifoso, calciatore in erba, curioso della vita in particolare. Presi sonno tardi quella sera, lo ricordo come fosse ieri. Sembrava quasi dovessimo fare una cosa illegale. Agitazione. La As Roma in televisione, in diretta, a Verona contro gli scaligeri. Mentre proseguiva il suo inseguimento versola Juventus alla quale aveva già recuperato 4 punti da un meno 9 di partenza dopo il girone di andata.

La mattina dopo non stavo nella pelle. Non vedevo l’ora arrivassero le 13e30 per uscire ed andare in Piazzale Clodio, sede rai dove Filippo l’amico di papà lavorava. Finalmente finì un lunghissimo pranzo, salutai mamma e sorella e mi infilai nell’ascensore con papà. lo riempii di domande:

"Dove andiamo di preciso ?! dove si vede la partita ?! Sicuri che possiamo entrare ?! Non è che arriviamo lì e ci dicono che è tutto occupato ?!". Ero petulante come una conduttrice della Domenica Sportiva alle prime armi. Lui mi guardava e sorrideva, più facevo domande più sorrideva, fumando sotto i suoi baffi rossi e guidando con la radio accesa.

Arrivammo a Piazzale Clodio, cercare parcheggio come sempre un’impresa ma ce la facemmo. Sapete, all’epoca telefoni cellulari non c’erano quindi, armati di santa pazienza si doveva aspettare un po’ fuori dal palazzo in attesa che il conoscente di turno, un quarto d’ora prima dell’inizio della partita, scendesse e ti facesse entrare, registrare come visitatore per poi accompagnarti nella saletta video.

Pippo non arrivava più. Il portone era sbarrato e da dentro l’usciere neanche alzava lo sguardo dal Messaggero che stava leggendo. L’ansia mi prese allo stomaco. Fra pochi minuti a Verona saremmo scesi in campo per accorciare sulla Juventus, noi, inseguitori con la vittoria da 2 punti, con un allenatore rivoluzionario forse più di Niels Liedholm.

Poi, d’un tratto, il portone si aprì e Pippo con i suoi capelloni ricci, uscì e ci chiamò. Cuore e batticuore. Fiato spezzato. Registrazione all’ingresso poi ancora un’ascensore per salire. Durante la salita immaginavo stanze con monitor dalle mille inquadrature, televisori giganti dove poter veder qualsiasi replay per la moviola. La stanza dove entrammo era in condivisione. Nel televisore accanto al nostro e quindi nelle sedie accanto ale nostre tifosi interisti seguivano la partita della squadra milanese.

Tifosi interisti romani ! 

Inconcepibile per me. già tifare per quell’altri in questa città non era normale ma per l’Inter !!!

Ah già. Mi dimenticavo. La televisione era un normale 30 pollici come avevamo a casa. non era certo il periodo di televisori piatti, al plasma, LCD e quant’altro. Tubo catodico e via ma per me era più che sufficiente. L’inquadratura era fissa, sul campo, di lato si vedevano le due squadre durante il riscaldamento ma non venivano inquadrate.

"Il regista starà a finì de magnà" disse un signore seduto accanto a me con la sciarpa della Roma al collo. Sorrisi. Sapevo che era la verità.

Fissavo la tv come se da un momento all’altro ne dovesse uscire qualcuno dei protagonisti della partita. Non mi sembrava vero. Noi, la Roma, quasi in clandestinità. Noi pochi eletti che avremmo saputo prima di tutti come, quando, perchè e cosa avrebbe determinato il risultto di quella importantissima partita. Erano addirittura 11 partite che non perdevamo recuperando punti sulla Juventus di Trapattoni. boniek, Ancelotti, Cerezo, Bruno Conti tutti all’inseguimento del nemico usuale degli anni ‘80.

Quando iniziò la partita la telecamera iniziò a muoversi, a seguire i miei eroi, a mostrarmi il Bomber portarci per due volte in vantaggio. la seconda con un gol d’antologia calcistica. Ma fu tutto inutile. Purtroppo quella fu la domenica, la mia prima domenica in bassa frequenza, con una sconfitta.

Tornammo a casa e raccontati tutta la partita a mia madre prima che 90mo minuto rendesse pubblico ciò che io avevo visto in anteprima.

La partita in bassa frequenza. fosse possibile tornare a tutto questo forse questo meraviglioso gioco riacquisterebbe il suo antico fascino.

..lunghe discussioni su pezzi da tagliare, sfumare, usare come intermezzo o come motivo di collegamento.
Semo sempre ststi in fissa coi PF ed io